#PAUSAGREEN – SEASPIRACY – quanti danni fa la pesca commerciale?

Seaspiracy è un documentario uscito su Netflix nel 2021 e diretto da Ali Tabrizi, il quale è sia narratore sia protagonista del documentario. Il documentario prende in considerazione una serie di argomenti diversi tutti accomunati, però, da un unico filo rosso:
quanto fa male la pesca industriale agli oceani? E, non meno importante: la pesca sostenibile esiste? 

Partendo dall’inizio, il documentario comincia con un excursus sulla vita del regista e sulla sua passione fin da piccolo per il mare e gli oceani. Nel momento in cui cresce, ci vuole poco però perché si accorga che c’è anche un aspetto terribile che riguarda il mare. Il primo nemico che incontra è l’inquinamento da plastica, che come ben sappiamo sta trasformando i nostri oceani in una “zuppa di plastica tossica”, ma subito dopo individua anche un altro enorme nemico: la pesca commerciale.

Dopo la scoperta dell’azione illegale delle Baleniere e dei danni che stanno causando decimando la popolazione e le specie di balene presenti negli oceani, Ali intraprende un viaggio che lo porta come prima tappa a Taiji, una baia in Giappone, dove vengono catturati e massacrati migliaia di delfini, per poi concentrarsi sul problema riguardante la vendita e il commercio delle pinne di squalo per creare una famosa zuppa, cibo prestigioso in Asia, anche se “l’UE è uno dei maggiori esportatori di pinne e un importante centro di transito per il commercio mondiale di queste.”
Si giunge poi al primo macroargomento del documentario: la pesca a strascico e il bycatch.

Cosa vuol dire bycatch?

“Il bycatch è la cattura accidentale delle specie durante l’attività di pesca, che ogni anno miete vittime tra delfini, tartarughe marine, squali e razze, uccelli e molti altri animali”.

By-catch of Leatherback turtle (Dermochelis coriacea). French Tuna purse-seine fishery in the Atlantic ocean. Sept. 1998

Molte persone dopo aver visto questo documentario hanno deciso di smettere di mangiare pesce per tutti quei delfini e tartarughe marine che vengono uccisi “accidentalmente” durante la pesca di altre specie. E sì che l’importante alla fine è che qualche persona in più non mangi pesce, però perché impietosirsi solo quando vengono coinvolti animali dolci e carini che quasi tutti amano? Perché non smettere di mangiare pesce perché i fondali vengono distrutti dalle reti a strascico, o perché le condizioni di vita dei pesci negli allevamenti sono terribili al pari degli allevamenti intensivi terreni?

Il documentario affronta anche questo argomento: l’itticoltura. Inizialmente può sembrare un’alternativa sostenibile, in quanto propone condizioni lavorative più sicure per le persone che al contrario sui pescherecci, molto spesso, nei paesi meno sviluppati, vengono ridotte in schiavitù; non vengono danneggiati i fondali marini; non c’è bycatch e non vengono pescate specie in via d’estinzione; ma come tutti gli allevamenti che possiamo definire intensivi, anche l’itticoltura ha i suoi contro: i pesci molto spesso sono condannati a nuotare in tondo in spazi ristretti insieme ad altri centinaia di compagni, vengono mangiati vivi dai parassiti, vivono in condizioni di salute precarie tanto che la loro carne perde colore e viene successivamente ri-colorata artificialmente, e il cibo per nutrirli è costituito da farina di pesce e olio di pesce, per i quali servono altri pesci.

Insomma di sostenibile c’è ben poco.

La domanda  che sorge spontanea allora è se noi vogliamo mangiare il pesce, come possiamo assicurarci che sia stato pescato o allevato in modo sostenibile?

A questo punto si può intuire la risposta del film alla domanda se la pesca sostenibile esiste, e chiaramente è NO. La soluzione è quella di smettere di mangiare pesce.

Soluzione che sicuramente può portare molti benefici, ma che è un po’ utopica, in quanto dai prodotti del mare dipende il sostentamento di circa 800 milioni di persone e che esistono popolazioni che basano la loro alimentazione solo sul pesce.

Sicuramente il documentario vuole colpire alla pancia e al cuore di tutte quelle persone che sono sensibili alla sofferenza animale per far arrivare il suo messaggio, perché è terribile vedere certe immagini. E’ facile per queste persone, dopo aver visto cose del genere, decidere di smettere di consumare pesce (così come tanti hanno smesso di consumare carne dopo Cowspiracy, documentario a cui si rifà il titolo di Seaspiracy). Ma per chi è un po’ meno sensibile, per chi al pesce non rinuncerebbe per niente al mondo, quali alternative proponiamo? Da questo punto di vista il film non offre molte soluzioni, non ci aiuta a capire come possiamo consumare pesce senza creare tutti questi danni, anzi, ci dice che semplicemente non possiamo.

Non essendo comunque esperti del tema, le soluzioni che ci sentiamo di consigliare noi sono queste:

  1. Ridurre comunque il più possibile il nostro consumo di pesce. Se non possiamo rinunciare al sushi o agli spaghetti alle vongole, possiamo evitare di mangiare la fetta di orata o di trota quella volta in più.
  2. Informarsi il più possibile sulle marche che compriamo e sui metodi di pesca che utilizzano e cercare di comprare pesce in scatola che abbia comunque le certificazioni di sostenibilità. E’ vero che non possiamo essere sicuri che quel pesce sia realmente sostenibile, ma non possiamo nemmeno essere sicuri al 100% che non lo sia, quindi forse una volta su 5 è vero che riusciamo a fare meno danni.
  3. Assicurarsi della provenienza del pesce: nell’etichetta si può leggere dove l’animale è stato pescato, è meglio prediligere quindi pesce che sia stato pescato nel mare locale. Questo è importante anche per diminuire l’inquinamento dovuto al trasporto. Nel Mediterraneo per esempio le specie più comuni presenti sono: Acciuga, mazzancolle, Cernia bruna e nera, Sardina, Seppia, Sgombro, Sogliola, Nasello, polpo e totano ecc.
  4. Se abitate in luoghi dove il pesce è difficilmente reperibile e poco fresco, cercate di consumarne il meno possibile e di valorizzare i prodotti del vostro territorio.
  5. Se invece abitate in luoghi di mare o di fiume e ne avete la possibilità, anche consumare solo il pesce che pescate voi stessi (o che pescano amici) può essere una soluzione.

Probabilmente è vero, una pesca sostenibile su larga scala, che possa sfamare 8 miliardi di persone, forse non esiste. I controlli non sono così semplici come possono essere sulla terra ferma. Ed è vero, la soluzione migliore sarebbe quella di smettere di mangiare il pesce direttamente.
Ma a noi piace arrivare alle cose con calma, e proporre soluzioni concrete che possano dare delle alternative alle persone, perché ognuno di noi deve attuare il cambiamento, e questo avviene anche con piccole azioni che possono sembrare insignificanti.

Concludo con una citazione del fim:

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